2+2 fa ancora 4? Conferenza con Gherardo Colombo e Marco Travaglio

Concluso il dibattito “2+2 fa ancora 4? Riflessioni sulla libertà d’informazione”, organizzato dalla FUCI all’università statale di Milano. In un’aula piena di giovani, studenti e curiosi sono intervenuti Gherardo Colombo, ex magistrato divenuto famoso per aver condotto varie inchieste tra cui la scoperta della loggia P2 e Marco Travaglio, giornalista vice direttore del Fatto Quotidiano. Oggetto della conferenza la libertà dell’informazione, tema ispirato dal celebre romanzo 1984 di Orwell in cui “la libertà consiste nel poter dire che due più due fa quattro. Se è concessa questa, ne seguono tutte le altre”. Una questione quanto mai attuale nel nostro Paese dove il caso Sallusti e l’interminabile bagarre della proprietà delle reti televisive, mostrano quanto in pericolo sia la libertà, in primis dei cittadini.

Gherardo Colombo, intervenuto per primo, ha messo in luce il valore di una libera informazione come requisito fondamentale nei nostri rapporti di tutti i giorni: “È impossibile scegliere se non si sa” ha affermato, ponendo l’accento sulla mentalità di oggi che è ancora figlia di quella antecedente alla costituzione del 1948, dove obbedire era sinonimo di una buona educazione, tralasciando ogni aspetto democratico in cui il potere è detenuto dal popolo sovrano.

Poi è il turno di Travaglio e delle stranezze di questo paese: “Questo è il millesimo incontro cui vengo invitato per parlare di libertà e informazione, non esistono altri paesi democratici all’estero in cui c’è la necessità di avere conferenze sulla libera informazione e sull’indipendenza della magistratura. Evidentemente in Italia qualcosa non ha funzionato”. E continua: “L’errore è pensare che siano i giornalisti a volere una libera informazione, come un loro legittimo diritto, ma non è così. Per un giornalista lo stipendio è uguale, non cambia nulla se c’è o meno libertà, anzi ci può perfino rimettere professionalmente. Siamo l’ultima categoria a cui interessa la libera informazione. I primi interessati sono i cittadini, a loro dovrebbe premere essere ben informati per sapere come comportarsi”.

Proseguendo l’ampia riflessione, eccolo insistere sul profilo che dovrebbe avere un giornalista: “Non è vero che basta scrivere su un blog per dire che tutti oggi sono giornalisti. Un giornalista deve essere un professionista capace, responsabile e coscienzioso, in grado di lavorare in tempi ristrettissimi con un’ottima capacità di sintesi, evitando di mettere del suo nei fatti che riporta”. Concludendo sulle difficoltà italiane nel fare questo mestiere: “In questa professione esistono vari tipi di condizionamenti. Alcuni sono legittimi come il proprio background personale e l’educazione ricevuta, altri comuni a diversi mestieri come riconoscere il ruolo del proprio capo che decide la linea editoriale, senza trascurare l’importanza dei contratti pubblicitari che sono fondamentali per la sopravvivenza del giornale. Proprio qui, però, nascono condizionamenti che esistono solo in Italia dove manca la figura di un editore puro, che si occupi solo e bene del mondo editoriale senza avere altri interessi. E’ il caso della maggioranza dei giornali italiani gestiti da figure che hanno affari nell’edilizia, nell’industria, nella politica, nell’economia o nelle banche. Ecco come l’inserzionista pubblicitario non compra più semplicemente una pagina del giornale per avere visibilità ma l’intero giornale per deciderne i contenuti. Questo produce il paradosso che quelli che dovrebbero essere oggetti di controllo da parte di una libera informazione, diventino invece i controllori”.

In tutto questo noi cittadini finiamo per essere i protagonisti reali di una società come quella descritta nel grande fratello di Orwell, con la domanda iniziale di Gherardo Colombo che si ripropone alle nostre coscienze: se una persona non è in grado di sapere, che scelta può davvero fare?

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