MedioOriente

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John Kerry, la Syria e l’umanità offesa

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Dunque gli americani bombarderanno la Syria o almeno vorrebbero farlo entro pochi giorni. Un coro di proteste quasi improvviso, dato che la guerra in Syria c’è da due anni e il silenzio dei media, a volte, era quasi assordante.

Ora invece le parole sono arrivate: inaccettabile l’uso delle armi chimiche contro la popolazione civile. Il segretario di Stato John Kerry ha dichiarato: “Offesa l’umanità“. E’ interessante riflettere da chi provengono queste parole: gli americani sono stati i primi ha usare armi batteriologiche con la distribuzione ai pellerossa di coperte intrise del virus del vaiolo. Gli americani per primi hanno usato armi atomiche in Giappone nel 1945. Negli anni 70, sempre gli americani, riversarono sulle foreste e nelle risaie del Vietnam e del Laos circa cento milioni di litri dell’Agent Orange, la prima arma chimica di distruzione di massa utilizzata in guerra, e i cui effetti sono ancora ben visibili nelle deformazioni con cui nascono i bambini a trent’anni di distanza.

Poi la propaganda mondiale attraverso milioni di film – che hanno fatto passare gli Usa come i buoni che salvano il mondo – ha fatto il resto.Tiziano Terzani diceva: “Una delle più straordinarie capacità dell’America è quella di produrre immagini estremamente positive di sè, di crederci e di fare in modo che anche gli altri ci credano”.

In ogni decennio ci ritroviamo davanti a un paese – l’America – che ha sempre trovato un nemico da combattere, dei cattivi nel mondo e una guerra ‘giusta’ da iniziare; forse è una pessima conseguenza del ragionamento occidentale che si illude ostinatamente di essere sempre dalla parte del giusto, della verità e di sentirsi in obbligo di esportare i propri valori (tra cui la tanto decantata democrazia).
Nel tempo siamo stati messi in grado di accettare anche la loro politica estera, senza riflettere troppo sulle parole di ‘offesa all’umanità’ per giustificare l’ennesimo intervento armato.

E noi italiani siamo i soliti pecoroni che ci vanno dietro. Forse.

Leggilo anche qui: http://www.linkiesta.it/blogs/traveler/john-kerry-e-le-sue-parole-sulla-syria

Viaggio in Israele: la vita di un altro me stesso

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Di diverso in un viaggio autentico sono le sensazioni che ci accompagnano. Si può affrontare una partenza avendo ben in mente due concetti: che le cose che abbiamo non ci bastano più e che siamo ancora capaci di vivere toccando l’esterno, il fuori del mondo. Da un lato trovare il coraggio di abbandonare il passato e dall’altro accorgersi di un’energia che picchia il cuore a battiti, che ci obbliga a gettarci nella vita, senza smettere di provare a cercare. E’ il nostro sacrificio. Quando ripenso alle due settimane trascorse in Israele ero tutto questo senza metterlo in ordine. Cercavo un posto per uscire segretamente dal bordo, dal limite di tutto quello che ero già. L’esagerazione di sapere di avere una casa ma lontana, distante quasi 4000 Km dalle convenzioni e da chi pretendeva di conoscermi.

Sono arrivato a Gerusalemme con uno sherut, un taxi condiviso insieme con altre sei persone, la sera del 31 Luglio del 2011. Accanto a me, su quel sedile blu, c’erano una signora che parlava al telefono in una lingua mai sentita e un rabbino che leggeva un testo posato sulle ginocchia muovendo solo le labbra. Ero quello che volevo essere, uno sconosciuto che non poteva trasmettere la sua gioia a nessuno se non attraverso i suoi occhi occidentali. Catapultato nell’anno 5771 del calendario ebraico, ho smesso di immaginare Gerusalemme e ho iniziato a viverla. E’ una meraviglia di profumi e culture che si respirano dentro ogni sua pietra. Da queste parti non puoi ne togliere ne aggiungere, la benedizione è riservata per chi è capace di prendere gratuitamente. Infonde un’intima consapevolezza, che si prova mentre cerchi di annotarti il mondo o almeno un suo pezzo e che poi alla fine si lega indissolubilmente alle persone che hai conosciuto.

Per me la storia di Gerusalemme è diventata la storia di Adriana, una donna brasiliana che ho incontrato al convento dell’assunzione in cima al Monte degli ulivi. Entrambi alla ricerca di un posto dove pranzare, finiamo insieme in un ristorante arabo non molto distante. Cominciamo a raccontarci un po’, a scambiarci informazioni su Israele, la città vecchia e i suoi abitanti. Scopro che vive e lavora a Londra da più di quindici anni ed è qui per accompagnare la madre in pellegrinaggio. Scendendo dal Monte degli ulivi visitiamo il giardino del Getsemani. Proviamo a raccogliere in un momento delle impressioni, attimi, pezzi dei Vangeli. Forse tra questi alberi, quell’Uomo fatto di sangue e sudore visse la paura più profonda dell’essere umano. Ai piedi del monte ci dirigiamo verso le mura, entriamo dalla porta di Damasco, passiamo una serie di piccoli vicoli. La gente è diversa di occhi, di pelle e pensieri. Decidiamo di sederci al tavolo di un incantevole bar nel quartiere ebraico. Un dolce, un succo di melograno e arancia, grandi fotografie in bianco e nero appese alle pareti in pietra. Adriana mi parla del suo lavoro londinese, segue la vita dei bambini autistici, mi racconta tantissimi episodi, sorride spesso. Partecipo alla sua passione con gioia. E’ stato uno dei momenti più intensi che ho vissuto a Gerusalemme. Mi sentivo un italiano lontanissimo, eppure non riuscivo a capire da che cosa, non mi mancava niente. In quei giorni abbiamo camminato, diviso l’acqua, fatto compere, ci siamo presi in giro. Era come se avessimo programmato quel viaggio insieme da mesi. Ci circondavano i quattro quartieri della città vecchia: armeno, ebraico, musulmano e cristiano. In mezzo a turisti e spintoni, tra le voci dei mercanti e i pianti dei bambini attaccati alle gonne delle madri, nei colori dei souvenir e della seta, assaggiando il sapore dei falafel e delle focacce, annusando l’odore della menta e delle erbe aromatiche vendute per le strade del quartiere musulmano. Ogni diversità è inserita in un inverosimile equilibrio. Passeremo nella Via crucis, davanti al pretorio di Pilato e alla chiesa del Santo Sepolcro. Accanto alla vecchia porta di Giaffa troviamo la cittadella di Davide. Dalla sua torre ammiriamo la città: dalle terrazze color sabbia spuntano i minareti delle moschee. Adriana conosce benissimo anche la città moderna. Mi porta a vedere il sito archeologico del Garden Tomb, che gli anglicani sostengono essere il vero giardino di Giuseppe d’Arimatea con la tomba di Cristo. Il variopinto Mahane Yehuda Market, il famoso mercato cittadino, ci attende invece in una mattina caotica mentre attraversiamo Jaffa Road. Lo shuk è molto grande, si dirama lungo un’estesa area che affianca il pittoresco quartiere di Nahlaot. Troviamo di tutto dai prodotti al forno, alla frutta fino ai vestiti. La gente è impegnata in un grande mormorio, strette di mano e passaggi di soldi. Quando dopo tre giorni insieme ci siamo salutati eravamo felici. Anche se Adriana non l’ho più rivista sono sicuro che è solo un arrivederci, abbiamo vissuto momenti per cui è impossibile perderci.

La seconda storia è quella di Betlemme e dei territori occupati palestinesi, ma per me rimarrà la storia di Khaled. Lo incontro di mattina presto davanti al piazzale della chiesa della natività di Cristo. Khaled è un tassista di 25 anni. Dopo aver contrattato il prezzo, mi porta nel deserto a vedere il monastero greco-ortodosso di Mar Saba. Essere un tassista arabo-palestinese significa non potere superare con il proprio taxi la barriera di sicurezza israeliana. E’ un muro lungo 700 km fatto di sistemi di allarme, porte elettroniche e postazioni di vedetta. Divide e isola tutta l’area palestinese, la West Bank, con lo scopo ufficiale di evitare l’ingresso nei territori israeliani di attentatori suicidi. Come Marwan un ragazzo del mercato, anche lui lo chiama il “muro della vergogna”. Alto quasi 8 metri, ha permesso agli israeliani di annettere terre palestinesi dentro i loro confini senza rispettare la Green Line stabilita dall’ONU nel 1967. In alcuni punti per realizzare questo progetto, il governo ha confiscato terre ai palestinesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Mi accompagna a vederlo e continua a raccontare la sua storia. Khaled è l’unico della famiglia che lavora, potrebbe guadagnare molto di più ma il muro gli impedisce di guidare per lunghi tragitti. Vivere qui è come essere in prigione, l’unica colpa è essere arabi.   Si augura che i suoi fratelli più piccoli abbiano la possibilità di andarsene da questo posto maledetto. Fotografo tutti i punti in cui sui blocchi di cemento armato Banksy ha disegnato i suoi graffiti. E’ qui il vero muro del pianto di Israele ma pochi lo sanno. Alla fine Khaled mi lascia al checkpoint di Betlemme. Il suo taxi giallo non può andare oltre, deve tornare indietro verso la città. Dopo un’ora di controlli supero il muro, il filo spinato, le divise militari e le armi. La libertà del popolo palestinese rimane dietro di me. Torno in Israele con la sensazione di aver lasciato in Palestina qualcosa che non posso riprendermi.

La terza storia è un dono di Emily e dei suoi tre amici americani. Sono stato ospite da loro per quasi tutte le notti del mio soggiorno mediorientale. E’ la storia del Mar Morto dove visiteremo insieme Masada, la riserva di Ein Gedi e Gerico. Da Gerusalemme per arrivare alle coste del mare, c’è solo una strada e bastano 30 Km ma impressionante è il mutamento dei paesaggi intorno a noi. Si attraversa il temibile deserto della Giudea: rocce, sassi, montagne. Arriviamo nel punto di depressione più basso del pianeta, meno 430 metri sotto il livello del mare. Costeggiare il mare in macchina con i finestrini giù, provare a cantare mentre l’aria calda del deserto ti invade il respiro segnando il confine del tuo viso mi dona la conquista di qualcosa d’intangibile: la gioia della libertà. L’opportunità di abbandonarmi, perso in territori vuoti e desolati dove non m’importa essere al sicuro. Tra la terra e la strada ogni tanto spuntano piantagioni di banane. Tutto al limite dei confini azzurri dell’acqua. I raggi del sole sembrano nostri, vogliamo esistere, niente più. Dopo due ore cominciamo a vedere in cima a un monte gli antichi resti di Masada. Per gli israeliani Masada è semplicemente la storia di un grido. Nel 74 d.C. fu di ribellione contro l’oppressione romana, che li spinse a suicidarsi in massa piuttosto che consegnarsi prigionieri, era l’ultima roccaforte della rivolta ebraica e quell’atto estremo fu il loro graffio nella storia. Oggi, invece, è un grido di orgoglio: ogni anno le reclute dell’esercito israeliano vengono in questo luogo a giurare al grido di “Metzadà shenìt lo tippòl” (Mai più Masada cadrà). Quando arriviamo nella riserva naturale di Ein Gedi, la temperatura arriva a 55 gradi nel pomeriggio. È un’oasi di acqua fresca e dolce, con cascate naturali, intorno nella zona vivono animali selvatici come lo stambecco della Nubia. Verso sera decidiamo di cenare a Gerico ma prima ci fermiamo a fare il bagno nel Mar Morto. Lasciamo la macchina vicino al bordo della strada, troviamo un tramonto che mescola il cielo e l’acqua in un colore solo. Eravamo un piccolo gruppo di amici, in un puntino dell’universo che aspettava questo momento dal nostro primo giorno di vita. Davanti a noi le coste della Giordania, più in là le strade dell’Oriente. Tutto obbediva alle sue leggi, anche noi. Qui i beduini di Gerico insegnano ad ascoltare la voce del deserto come quella di un grande profeta. Tra il vento e la felpa, in silenzio, potevo sentire anche oltre. Un soldato che sparava al confine, un pastore al seguito delle sue pecore e per le vie di Gerusalemme le urla di festa per un Bar mitzvah; e se avessi avuto orecchie più fini, avrei anche sentito il dolore di una morte, il pianto di una nascita, il boato di un vulcano. Abissi di materia e sangue sparpagliati ovunque. Quello è il momento in cui si colmano le distanze. E’ un arcobaleno che raggiunge due estremità, tra ciò che osservi e ciò che vorresti esprimere. Nel deserto a parlare è il mondo intero.

Ho raggiunto il Medioriente come un conquistatore di me stesso ma ho viaggiato imparando ad ascoltare quello che le persone avevano da dirmi. Ho avuto il privilegio di entrare nei confini di popoli diversi: tra chi per secoli non ha avuto altro desiderio che possedere questa terra e a chi ora combatte per non perderla. Come uno spettatore ho provato a decifrare, a scomporre, a pensare senza condizionamenti. Ho provato anche a scrivere un racconto facendomi prestare le parole da chi mi ha donato la sua prospettiva.

Sono le loro storie che alla fine hanno scritto la mia.

E’ Haifa la nuova città santa di Israele?

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Uno dei principali motivi per visitare Israele è sempre stato quello religioso. Ma se pensate che sia solo Gerusalemme la città santa, probabilmente non avete ancora visitato Haifa. Infatti, se da un lato ebrei ortodossi, musulmani e cristiani si contendono, in una difficile convivenza, i luoghi sacri all’interno delle vecchie mura di Gerusalemme ad Haifa sorge il Centro mondiale degli adepti Bahá’í.

Siamo a nord di Israele verso il Libano e Haifa sorge ai piedi del Monte Carmelo, dove religione e storia si intrecciano di nuovo. E’ qui che, secondo la Bibbia, il profeta Elia sconfisse un gruppo di profeti del dio Baal. Oggi invece è il luogo santo dove i meravigliosi Giardini Bahá’í, inaugurati nel 2001, includono il maestoso Mausoleo del Bàb con una cupola alta 40 metri interamente ricoperta di oro 14 carati. Accanto a questa tomba, sorgono altri edifici: un centro studi in cui vengono tradotti nelle varie lingue i testi originali scritti dal fondatore Baha ‘u ‘llah conservati nell’archivio e la Casa Universale di Giustizia che ospita i 9 principali membri dell’alto consiglio dei Bahá’í.

Per capire come ha avuto origine la religione Bahai ho incontrato a Milano due membri dell’assemblea locale, Shervin Setareh e Carla Castello. La fede Bahai è nata in Iran dove il suo fondatore, Baha ‘u ‘llah (1817-1892) accettò la rivelazione del Bàb che nel 1844 affermò di essere l’atteso Mahdi dell’Islam, una sorta di figura messianica già presente nell’ebraismo. Fucilato nel 1850 e proclamato eretico, nella maggior parte dei suoi scritti il Bàb accennò all’arrivo imminente di Colui che Dio renderà manifesto, promesso dalle sacre scritture e che avrebbe instaurato sulla Terra il regno di Dio. Baha ‘u ‘llah quindi si proclamò il promesso dal Babismo ed il Messaggero di Dio, l’educatore tanto atteso dall’umanità per la realizzazione delle promesse escatologiche delle principali religioni mondiali che prevedevano il sorgere di un salvatore come il Cristianesimo, l’Islam, il Buddismo e altre ancora. Perseguitato dagli Ottomani, ha trascorso l’ultima parte della sua vita imprigionato ad Akko e successivamente al suo rilascio ad Haifa. Fu proprio qui che impressionato dalla bellezza del Monte Carmelo, espresse il desiderio che il Bab, il precursore della fede, fosse sepolto lì.

Tra le tante curiosità, il numero 9 contraddistingue molti punti chiave di questa religione. Nove sono i messaggeri di Dio inviati nel corso di tutta l’umanità per rivelare progressivamente il suo piano: Adamo, Abramo, Mosè, Zarathustra (tanto caro a Nietzsche), Krishna, Buddha, Gesù, Maometto e Bàb. Nella struttura spirituale e amministrativa, nove sono le persone che vengono elette come responsabili nelle varie assemblee. In quelle locali (come quella di Milano) e quelle nazionali vengono eletti annualmente. A loro volta questi 9 responsabili di tutte le assemblee nazionali ogni 5 anni si ritrovano ad Haifa per eleggere i nove principali membri dell’alto consiglio. Anche nell’architettura questo numero assume caratteri quasi mistici. Il tempio di Haifa ha nove porte al fine di rappresentare le maggiori nove religioni del mondo e i giardini sono stati progettati in nove cerchi concentrici. Il pellegrinaggio in questi luoghi, che ogni Bahá’í sogna di poter fare almeno una volta dura nove giorni e ripercorre le tappe fondamentali della predicazione e della vita di Baha ‘u ‘llah.

I responsabili ci tengono a sottolineare che non sono una setta, che non fanno proselitismo e accettano ogni altra forma religiosa, in quanto ognuna è preziosa per la rivelazione dell’unico Dio avvenuta nei secoli. La persona che si accosta alla fede Bahá’í ha così piena libertà di accettare queste verità oppure di rifiutarle. Non c’è nessuna scomunica, nessuna imposizione e nessun potere di controllo sulla vita altrui. L’obiettivo è un processo di trasformazione dell’individuo, tramite la preghiera, per poter aspirare all’unità spirituale con tutti gli uomini. Senza annullare le diversità tipiche di ogni cultura nazionale ma al contario risaltarle per arrivare ad apprezzarci come cittadini dello stesso mondo. I Bahá’í sono benvisti anche per il loro impatto positivo nel sociale. Cercare di far progredire l’umanità verso la piena unità e armonia significa anche opporsi a tutti i sopprusi, le violenze e le discriminazioni sostenendo la parità dei diritti fra uomini e donne.

A dispetto di molte persecuzioni musulmane, in aperto contrasto con le teorie dei testi Bahá’í, in Israele il governo ha favorito lo sviluppo di questa religione. Il comune di Haifa per creare simmetria con i giardini in costruzione sul Monte Carmelo ha spostato una sezione della Ben Gurion Avenue di 1,86 metri per allinearla con le scale centrali delle Terrazze. Dall’apertura dei giardini nel 2001, tutto questo ha fatto lievitare il numero di turisti diretti al Monte Carmelo. Negli ultimi anni Haifa risulta così la sesta meta più visitata nello stato ebraico.

Dubitare, rifiutare o accettare questo “nuovo” credo dipende dalla sensibilità di ogni persona. Innegabile, però, è che questa religione proclama la bellezza in tutte le sue sfumature. Basta aprire gli occhi su questi giardini che si incastonano in un paesaggio sospeso tra la montagna e il mare del porto di Haifa. Del resto il Baha ‘u ‘llah diceva che la bellezza è il canale materiale per esprimere la gioia per se stessi e gli altri.

L’ennesima meraviglia in Israele. Da scoprire.

Ulteriori informazioni sul sito ufficiale bahai

Contro informazione: i retroscena del video in cui i coloni israeliani sparano contro i palestinesi

Hanno suscitato molte polemiche i video pubblicati da un gruppo di attivisti per i diritti umani, l’ONG israeliana B’tselem, in cui si vedono alcuni coloni israeliani che sparano ad altezza uomo a un gruppo di palestinesi. Gli incidenti si sono verificati nel pomeriggio di sabato 19 maggio presso Asira al-Kabaliya, un villaggio palestinese in Cisgiordania vicino a Nablus. Un ragazzo arabo, Fathi Asira, 24 anni, è stato lievemente ferito, colpito alla testa da una pallottola e portato all’ospedale di Rafidia. A causare le maggiori proteste è stato il comportamento dell’esercito israeliano, che presente sul posto, sembra non intervenire. Questo almeno stando a quanto si vede nei video.

Si perchè da quando si sono diffusi i filmati su youtube, la notizia principale è stata quella di accusare l’esercito che assiste passivamente all’intervento armato dei coloni contro i palestinesi. Per molti canali d’informazione, anche italiani, è stato sufficiente solo gridare allo scandalo per l’ennesima provocazione della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, senza preoccuparsi di verificare attentamente l’accaduto.

Sono i particolari spesso che fanno la differenza. La redazione di Israele.net ha fornito un commento approfondito sull’accaduto: “talvolta accade che scontri e tafferugli fra gruppi di palestinesi e di israeliani in Cisgiordania vengano filmati da una o da entrambe le parti e che poi di questi filmati, piuttosto lunghi, vengano diffusi sul web solo brevi frammenti di pochi minuti, per lo più ‘accuratamente selezionati’. Circa gli incidenti presso Asira al-Kabaliya, gli scontri sarebbero iniziati con l’incendio di alcuni campi e lanci di pietre da parte palestinese e sfociati nello sparo di alcuni proiettili di gomma da parte israeliana”.

Nessuno quindi ha evidenziato che i coloni sparavano proiettili in gomma. In Italia, per esempio, sono legali e vengono usati dalla polizia in ambiti urbani per sedare rivolte e manifestazioni violente, o per esercitazioni. Seppur molto pericolosi non sono considerati letali come i proiettili d’artiglieria. Da notare anche che uno dei coloni che sparava indossava un cappello della polizia israeliana.

Trascurate inoltre anche le parole del portavoce dei coloni di Yitzhar, Avraham Binyamin, che ha affermato che la squadra di emergenza è stata chiamata più volte per spegnere diversi incendi iniziati da arabi del villaggio. “Questo è il terzo sabato di fila che gli arabi iniziano incendi allo scopo di danneggiare la parte occidentale di Yitzhar” – ha detto. “Il team è stato attaccato da una folla di centinaia di rivoltosi che scagliavano pietre contro di loro.”

I conflitti arabo-israeliani sono sicuramente complicati e la bilancia non pende a favore di nessuno. E’ sotto gli occhi di tutti il comportamento israeliano in molti episodi nel passato e tuttora in alcune zone del territorio, ed è giusto denunciarlo. Ma in questo incidente non si possono trascurare nemmeno le scorrettezze da parte dei palestinesi. Un’ informazione libera deve riportare i fatti in modo equilibrato, senza favoritismi. Stare dalla parte della maggioranza non è sinonimo di verità. In guerra nessuno ha ragione, ma è facile dimenticarselo. Pur di catturare l’attenzione della gente e fare notizia, si è preferito puntare sui pregiudizi di intolleranza verso la politica israeliana. Troppo facile.

Un resoconto professionale e distaccato degli scontri è sulla pagina di YnetNews. Nell’articolo, in versione inglese, sono compresi tutti i video degli scontri.

 http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4231791,00.html