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La Giordania in sette giorni

Un tocco di clessidra. Sabbia rossa che comincia a cadere. E’ un attimo, un movimento, una spinta alle spalle di una mano invisibile. La nostra vita si capovolge per sette giorni. Davanti a noi l’occasione di visitare un paese che rimane sospeso sulla soglia del tempo, tra il passato e il suo grande futuro. Una terra di confine, di frontiera e di storia.

Questo è un viaggio in Giordania, scritto con parole che sembravano già nostre ma ritrovate andando oltre, abbandonando i nostri saperi e recitate come una preghiera senza voce.Sotto i nostri piedi si fondono le nostre impronte con le ricchezze di mille generazioni mentre davanti ai nostri occhi lo spettacolo dei variegati lineamenti della gente, incroci di eterne civiltà. In molti hanno danzato con lei, popoli, regni, pellegrini, viandanti e profeti. Ognuno ha amato questa terra a modo suo, prendendo ciò che essa offriva come un dono.Questa fu terra di passaggio e di commerci ma anche di conquista per Assiri ed Egiziani, vide l’origine degli Ammoniti e il formarsi del regno di Edom e poi di Moab. Divenne estrema provincia d’oriente per l’impero di Roma arrivando a essere luogo strategico per gli ottomani. Intere potenze che hanno lasciato segni visibili delle loro gesta. Siamo in una regione del mondo tra gloria e immortalità. Mi basta chiudere gli occhi per capire che ci sono già passato, la storia della Giordania è la storia dell’umanità. E’ storia che si ascolta cantare al di la delle spiegazioni, passa tra le vene e le nostre vecchie identità. Io sono stato un commerciante persiano sulla via della seta o uno yemenita trafficante di spezie alle porte delle città. Ero un guardiano di tombe, un profano, una spia. Ho amato il lusso tra le vie e i palazzi delle sue innumerevoli capitali: Qir-Moab, Rab Amoon, Petra. Ho acceso incenso per le divinità scambiandolo dai Nabatei e ho ascoltato con piacere i saggi beduini parlarmi di astronomia tra i deserti del sud. Ho conosciuto chi ha venduto la sua primogenitura per una minestra. Ho imparato la cultura dei greci, strizzando l’occhio ai potenti. Ho visto intere carovane che hanno utilizzato le sue strade, bevuto la sua acqua, sfidato destini e incrociato le armi. Ho ammirato la fatica degli artisti, uomini abili nel lavorare la pietra che hanno costruito archi, monumenti e templi per l’aldilà o solo per qualche denaro. Mi sono inginocchiato al passaggio dei più grandi imperatori. Ho preso tutto quello che mi piaceva e ho rispettato la pazienza dell’afflitto. Nel cielo di questi luoghi ci sono frammenti di tramonti del passato un po’ ovunque, basta saperli cercare.Oggi, nel presente, il Regno Hascemita di Giordania è una realtà del Medio Oriente, forte e generosa come la sua gente. Qui ci sono donne e uomini aperti alla vita e coraggiosi, temprati dal sole. La loro ospitalità cattura, avvolge e disarma, mi fa sentire molto più vicino di quanto posso pensare. E’ un colpo di frusta alle convinzioni, cadono come frutti maturi scossi dal vento. Ho dovuto imparare a cambiare, abbandonare ogni tipo di pregiudizio e accettare quello che ho visto. Da nord fino a Sud, dalla caotica Amman fino ad Aqaba sul mar Rosso, se sei un uomo di pace sei sempre il benvenuto. Qui la storia vera si racconta per i mercati e per le piazze davanti a qualche caffè. Qui i vecchi possono fermarti per raccontarti di aver visto l’altra riva del Giordano e di aver camminato per la Palestina da uomini liberi verso Gerusalemme. Questo viaggio è stato una cavalcata di impressioni positive che aumentavano, stregati dai segreti di questi territori. La cultura araba e la sua architettura, le spezie e i sapori del cibo, i sorrisi che incrociavi tra i bottegai, la frutta dai mille odori. Ovunque fermarsi per un caffè turco o per fumare un Narghilè sotto una tenda, diventava relax. Ogni cosa sembrava messa davanti a noi come un invito a cui dovevamo partecipare, lasciarci andare e confonderci in questo nuovo popolo. È bellezza morbida, avvolgente come seta, si spande, nasce da sé tra l’intelligenza dell’uomo e la sapienza di Dio

Primo giorno: l’arrivo

Quando ho sceso gli scalini dell’aereo, era evidente lo scarto tra quello che mi aspettavo, la mia immaginazione e la realtà che avrei dovuto affrontare. Ad attenderci Ibrahim, sarà la nostra guida per tutta la settimana. Ci dice di cambiare ritmo, di non pensare, di dimenticare per un attimo cosa siamo. Ci invita a entrare in Giordania. In hotel, dall’ottavo piano della mia camera guardo Amman da un’immensa vetrata. Le prime luci della sera che si accendono, il traffico, i grattaceli di nuova costruzione, i rumori della città. Ascolto per un attimo.

A cena, con nostra sorpresa, siamo ospiti al tavolo dell’ambasciatore italiano Francesco Fransoni, in un ristorante libanese dell’hotel. Discutiamo con lui tutta la sera, ci chiede del nostro viaggio, accanto a lui altri diplomatici italiani. Siamo a nostro agio, ci parlano delle loro vite e condividiamo le nostre.

Il motivo che ci ha unito quella sera è la Giordania. Quando ci raccontano dei suoi luoghi più famosi, cresce in noi l’attesa di poterli vedere con i nostri occhi.

 Secondo giorno: la città di Amman

Al risveglio andiamo a conoscere le vie della capitale. Appoggiata su quattordici colli, città dai mille profili, oggi conta tre milioni di abitanti. Ogni volta è rinata con nomi nuovi, come una sorgente. La puoi chiamare Rabbath-Ammon, Philadelphia o di nuovo Amman. Assediata dal Re israeliano Davide o provincia dell’impero romano, questa città è amica del tempo. Ogni cosa ritorna al suo posto, lei resta. Ad Amman visiteremo la Cittadella un preziosissimo sito archeologico.

Da qui, vicino il tempio di Ercole, a quasi 1000 metri di altezza, la vista è eccezionale. Sotto di noi ecco la “città bianca” e la sua parte orientale, con i resti romani e l’imponente anfiteatro scavato nella collina. Nel pomeriggio partiamo in direzione Jerash, 50 km a nord di Amman verso i confini della Siria. Chiamata la Pompei d’Oriente, Jerash è quasi un luogo di culto. Incastonata tra due templi, tra Zeus e Artemide. È città romana per eccellenza ma bisogna camminarci davvero per capire la sensazione di vedere, nella via colonnata del cardo massimo, i segni lasciati dai carri nella pavimentazione in pietra.

Ho quasi paura di voltarmi e vederne uno arrivare con l’imperatore Adriano alla sua testa. Chi dice che il passato è passato spesso ne dimentica la magia.

Terzo giorno: la valle del Giordano

Siamo di nuovo in viaggio, questa volta verso il sud. Ci spostiamo e insieme si sposta il mondo, le sue prospettive, nuove vie si aprono al nostro passaggio. Seguiamo le tracce del popolo di Israele e del suo pellegrinare, siamo al monte Nebo. I miei occhi incrociano la stessa immagine che si presentò a Mosè. Vediamo tutta la valle del Giordano, prima di sfociare nel Mar Morto. Raggi di sole bucano le nuvole e come in una visione illuminano la città di Gerico in Palestina.

Ho di fronte la terra promessa, il sogno di tutta una vita. Mosè non vi entrò esattamente come il popolo giordano di oggi, perfetto scherzo del destino. Dopo aver visto la città di Madaba e i mosaici della chiesa di San Giorgio, percorriamo il Giordano e visitiamo il sito battesimale di Betania. Per farlo attraversiamo una base militare giordana, siamo nel centro della linea, dentro la storia e ci siamo in equilibrio precario, tra tensione e pace.

Un unico fiume, la stessa paura ma scritta in due lingue diverse.

Quarto giorno: il Mar Morto

Con il mar Morto, salutiamo un posto dai tramonti che colorano tutte le sue acque. Acque in cui si specchiano due nazioni cosi diverse. Salutiamo il lusso, le comodità e il relax del Movenpick Hotel. Nelle sue fantastiche piscine che davano direttamente sul mare, mi sono ricordato che solo sette mesi prima ero sulla costa opposta in Israele.

Partiamo verso Petra, passando prima per Kerak imponente roccaforte crociata costruita nel 1142. Siamo su una strada vecchia di 5000 anni, baricentro di antiche civiltà. Chiamata nella Bibbia la strada maestra, è nota come la strada dei Re. Passa odore di assenzio dal finestrino. Due bambine ai bordi della strada richiamano la nostra attenzione, sono bellissime e senza scarpe. Ci vendono la camomilla per pochi dinari giordani.

Spingiamo l’acceleratore del tempo, attraversiamo la riserva di Dana e le sue sconfinate vette. Qui il vento taglia il silenzio, è musica di un flauto invisibile. Siamo a Petra prima di sera.

Quinto giorno: Petra e il monastero

Neanche Lawrence d’Arabia fu capace di descrivere quello che, secondo lui, era il luogo più bello sulla terra. Ed io gli credo. Se non ci si è passati, Petra è il luogo in cui lo scarto tra il dicibile e l’emozione rimane incolmabile. Tra rocce disegnate dal vento, qui c’è il massimo della creatività della natura. Dal rosso al nero passando per strisce verdi e azzurre, queste rocce hanno accolto la misteriosa popolazione dei nabatei, che sulla via del commercio dell’incenso hanno eretto Petra loro capitale. Camminiamo lungo il Siq, la strada principale scolpita tra un canyon lungo quasi due chilometri, sulle rocce si osservano ancora le imponenti canalizzazioni per il passaggio dell’acqua. Improvvisamente la gola si apre e appare El Khasneh, il tesoro.

E’ il luogo più famoso, interamente intagliato nella roccia rossa, questo monumento sorpassa qualsiasi parola. Faccio fatica a catturarlo nelle foto, mi mancano le forze dal sentimento che provo, ma vado avanti. Ibrahim ci spiega che c’è un altro edificio simile in vetta ai monti chiamato il Monastero, bisogna salire per più di un’ora a piedi, la prendo come una chiamata alla vita e la affronto. Imposto il mio ritmo, mi concentro solo sulle mie gambe, quasi contassi tutti i passi. Salgo gli 812 gradini incisi nella montagna come una rivincita per tutte le volte in cui la vita mi ha fermato, mi ha detto di no, mi ha sconfitto. Salgo per tutte le volte che ho dovuto imparare a conoscere l’attesa, la pazienza della noia, la solitudine. Ora non mi importa più di nulla, è come sentire la vita al primo giorno. Al mio fianco urla di commercianti beduini, donne e gli zoccoli degli asinelli che trasportano i turisti. Io continuo a salire.

Quando dopo qualche scalino in discesa sulla destra mi appare la vista del monastero, mi nasce un sorriso che trasforma la fatica in una redenzione. Tutto diventa gratitudine, di esserci, di respirare, di poter far parte del mondo. Mi sembra di leggere in quelle pietre le parole di un Creatore simili a quelle del profeta Isaia: “Io non ti dimenticherò mai dice il Signore, ho disegnato sulle palme delle mie mani la tua immagine”. Sono nella valle chiamata del sacrificio a 1500m. di altitudine, il mio sguardo domina l’inizio del deserto.

E’ una felicità scolpita nella mente. Diventa eterna, come la storia di Petra.

Sesto giorno: le vecchie rotaie


Con ancora nello spirito le imprese del giorno precedente, arriviamo al Mar Rosso, precisamente ad Aqaba ennesimo luogo di confine. In un solo golfo nell’arco di 22 km si affacciano sul mare quattro nazioni: Giordania, Israele, Egitto e Arabia Saudita. Il mare è stupendo, calmo e invitante, accanto a noi sventola un’alta bandiera giordana. La città è in divenire, pronta per viverla.

Dopo pranzo visitiamo il porto e il suo mercato, camminiamo tra odore di Falafel, pesce e incenso. Un negoziante ci invita per una tazza di thè alla menta. Il tempo di acquistare qualcosa e procediamo. Risalendo le vecchie rotaie del treno che trasporta fosfato fino al porto, giungiamo nel deserto delle meraviglie il Wadi Rum. Passiamo la notte sotto le tende di un campo beduino, sono nere intessute con peli di capra. Il cielo mostra tutte le sue costellazioni quasi fosse un libro colmo d’imprese senza età.

 

Settimo giorno: il deserto del Wadi Rum


La mattina presto non vogliamo perdere nemmeno un istante. Un beduino e la sua jeep scoperta saranno il nostro mezzo per sfidare l’altro mare. Ci inoltriamo per più di tre ore in quello spazio senza regole, tra montagne sassose e graffiti nabatei. La sabbia cambia colore a ogni nostro spostamento si espande superando i nostri occhi quasi franasse direttamente nel nostro cuore, sono lingue rosse che s’intrecciano. Siamo nel silenzio selvaggio, non esistono gerarchie.

Ho capito che il deserto è un’opinione. I beduini chiamano deserto le nostre metropoli, le nostre città, dove ci sentiamo soli e sconosciuti anche tra milioni. Il deserto è la loro vita, la loro libertà, il loro Dio da venerare e omaggiare. Non ci rinuncerebbero mai. Per noi invece la clessidra sta girando di nuovo, la sabbia scorrerà al contrario, dobbiamo partire lontano, dicono verso casa.  Ammesso che la Giordania altro non sia che un’altra grande stanza della nostra vera casa, quella della nostra vita.

Fonte:http://www.tgcom24.mediaset.it/progetto/visitJordan/articolispeciali/202/la-giordania-vista-dagli-occhi-di-samuele-bariani.shtml

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