lo shuk

Viaggio in Israele: la vita di un altro me stesso

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Di diverso in un viaggio autentico sono le sensazioni che ci accompagnano. Si può affrontare una partenza avendo ben in mente due concetti: che le cose che abbiamo non ci bastano più e che siamo ancora capaci di vivere toccando l’esterno, il fuori del mondo. Da un lato trovare il coraggio di abbandonare il passato e dall’altro accorgersi di un’energia che picchia il cuore a battiti, che ci obbliga a gettarci nella vita, senza smettere di provare a cercare. E’ il nostro sacrificio. Quando ripenso alle due settimane trascorse in Israele ero tutto questo senza metterlo in ordine. Cercavo un posto per uscire segretamente dal bordo, dal limite di tutto quello che ero già. L’esagerazione di sapere di avere una casa ma lontana, distante quasi 4000 Km dalle convenzioni e da chi pretendeva di conoscermi.

Sono arrivato a Gerusalemme con uno sherut, un taxi condiviso insieme con altre sei persone, la sera del 31 Luglio del 2011. Accanto a me, su quel sedile blu, c’erano una signora che parlava al telefono in una lingua mai sentita e un rabbino che leggeva un testo posato sulle ginocchia muovendo solo le labbra. Ero quello che volevo essere, uno sconosciuto che non poteva trasmettere la sua gioia a nessuno se non attraverso i suoi occhi occidentali. Catapultato nell’anno 5771 del calendario ebraico, ho smesso di immaginare Gerusalemme e ho iniziato a viverla. E’ una meraviglia di profumi e culture che si respirano dentro ogni sua pietra. Da queste parti non puoi ne togliere ne aggiungere, la benedizione è riservata per chi è capace di prendere gratuitamente. Infonde un’intima consapevolezza, che si prova mentre cerchi di annotarti il mondo o almeno un suo pezzo e che poi alla fine si lega indissolubilmente alle persone che hai conosciuto.

Per me la storia di Gerusalemme è diventata la storia di Adriana, una donna brasiliana che ho incontrato al convento dell’assunzione in cima al Monte degli ulivi. Entrambi alla ricerca di un posto dove pranzare, finiamo insieme in un ristorante arabo non molto distante. Cominciamo a raccontarci un po’, a scambiarci informazioni su Israele, la città vecchia e i suoi abitanti. Scopro che vive e lavora a Londra da più di quindici anni ed è qui per accompagnare la madre in pellegrinaggio. Scendendo dal Monte degli ulivi visitiamo il giardino del Getsemani. Proviamo a raccogliere in un momento delle impressioni, attimi, pezzi dei Vangeli. Forse tra questi alberi, quell’Uomo fatto di sangue e sudore visse la paura più profonda dell’essere umano. Ai piedi del monte ci dirigiamo verso le mura, entriamo dalla porta di Damasco, passiamo una serie di piccoli vicoli. La gente è diversa di occhi, di pelle e pensieri. Decidiamo di sederci al tavolo di un incantevole bar nel quartiere ebraico. Un dolce, un succo di melograno e arancia, grandi fotografie in bianco e nero appese alle pareti in pietra. Adriana mi parla del suo lavoro londinese, segue la vita dei bambini autistici, mi racconta tantissimi episodi, sorride spesso. Partecipo alla sua passione con gioia. E’ stato uno dei momenti più intensi che ho vissuto a Gerusalemme. Mi sentivo un italiano lontanissimo, eppure non riuscivo a capire da che cosa, non mi mancava niente. In quei giorni abbiamo camminato, diviso l’acqua, fatto compere, ci siamo presi in giro. Era come se avessimo programmato quel viaggio insieme da mesi. Ci circondavano i quattro quartieri della città vecchia: armeno, ebraico, musulmano e cristiano. In mezzo a turisti e spintoni, tra le voci dei mercanti e i pianti dei bambini attaccati alle gonne delle madri, nei colori dei souvenir e della seta, assaggiando il sapore dei falafel e delle focacce, annusando l’odore della menta e delle erbe aromatiche vendute per le strade del quartiere musulmano. Ogni diversità è inserita in un inverosimile equilibrio. Passeremo nella Via crucis, davanti al pretorio di Pilato e alla chiesa del Santo Sepolcro. Accanto alla vecchia porta di Giaffa troviamo la cittadella di Davide. Dalla sua torre ammiriamo la città: dalle terrazze color sabbia spuntano i minareti delle moschee. Adriana conosce benissimo anche la città moderna. Mi porta a vedere il sito archeologico del Garden Tomb, che gli anglicani sostengono essere il vero giardino di Giuseppe d’Arimatea con la tomba di Cristo. Il variopinto Mahane Yehuda Market, il famoso mercato cittadino, ci attende invece in una mattina caotica mentre attraversiamo Jaffa Road. Lo shuk è molto grande, si dirama lungo un’estesa area che affianca il pittoresco quartiere di Nahlaot. Troviamo di tutto dai prodotti al forno, alla frutta fino ai vestiti. La gente è impegnata in un grande mormorio, strette di mano e passaggi di soldi. Quando dopo tre giorni insieme ci siamo salutati eravamo felici. Anche se Adriana non l’ho più rivista sono sicuro che è solo un arrivederci, abbiamo vissuto momenti per cui è impossibile perderci.

La seconda storia è quella di Betlemme e dei territori occupati palestinesi, ma per me rimarrà la storia di Khaled. Lo incontro di mattina presto davanti al piazzale della chiesa della natività di Cristo. Khaled è un tassista di 25 anni. Dopo aver contrattato il prezzo, mi porta nel deserto a vedere il monastero greco-ortodosso di Mar Saba. Essere un tassista arabo-palestinese significa non potere superare con il proprio taxi la barriera di sicurezza israeliana. E’ un muro lungo 700 km fatto di sistemi di allarme, porte elettroniche e postazioni di vedetta. Divide e isola tutta l’area palestinese, la West Bank, con lo scopo ufficiale di evitare l’ingresso nei territori israeliani di attentatori suicidi. Come Marwan un ragazzo del mercato, anche lui lo chiama il “muro della vergogna”. Alto quasi 8 metri, ha permesso agli israeliani di annettere terre palestinesi dentro i loro confini senza rispettare la Green Line stabilita dall’ONU nel 1967. In alcuni punti per realizzare questo progetto, il governo ha confiscato terre ai palestinesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Mi accompagna a vederlo e continua a raccontare la sua storia. Khaled è l’unico della famiglia che lavora, potrebbe guadagnare molto di più ma il muro gli impedisce di guidare per lunghi tragitti. Vivere qui è come essere in prigione, l’unica colpa è essere arabi.   Si augura che i suoi fratelli più piccoli abbiano la possibilità di andarsene da questo posto maledetto. Fotografo tutti i punti in cui sui blocchi di cemento armato Banksy ha disegnato i suoi graffiti. E’ qui il vero muro del pianto di Israele ma pochi lo sanno. Alla fine Khaled mi lascia al checkpoint di Betlemme. Il suo taxi giallo non può andare oltre, deve tornare indietro verso la città. Dopo un’ora di controlli supero il muro, il filo spinato, le divise militari e le armi. La libertà del popolo palestinese rimane dietro di me. Torno in Israele con la sensazione di aver lasciato in Palestina qualcosa che non posso riprendermi.

La terza storia è un dono di Emily e dei suoi tre amici americani. Sono stato ospite da loro per quasi tutte le notti del mio soggiorno mediorientale. E’ la storia del Mar Morto dove visiteremo insieme Masada, la riserva di Ein Gedi e Gerico. Da Gerusalemme per arrivare alle coste del mare, c’è solo una strada e bastano 30 Km ma impressionante è il mutamento dei paesaggi intorno a noi. Si attraversa il temibile deserto della Giudea: rocce, sassi, montagne. Arriviamo nel punto di depressione più basso del pianeta, meno 430 metri sotto il livello del mare. Costeggiare il mare in macchina con i finestrini giù, provare a cantare mentre l’aria calda del deserto ti invade il respiro segnando il confine del tuo viso mi dona la conquista di qualcosa d’intangibile: la gioia della libertà. L’opportunità di abbandonarmi, perso in territori vuoti e desolati dove non m’importa essere al sicuro. Tra la terra e la strada ogni tanto spuntano piantagioni di banane. Tutto al limite dei confini azzurri dell’acqua. I raggi del sole sembrano nostri, vogliamo esistere, niente più. Dopo due ore cominciamo a vedere in cima a un monte gli antichi resti di Masada. Per gli israeliani Masada è semplicemente la storia di un grido. Nel 74 d.C. fu di ribellione contro l’oppressione romana, che li spinse a suicidarsi in massa piuttosto che consegnarsi prigionieri, era l’ultima roccaforte della rivolta ebraica e quell’atto estremo fu il loro graffio nella storia. Oggi, invece, è un grido di orgoglio: ogni anno le reclute dell’esercito israeliano vengono in questo luogo a giurare al grido di “Metzadà shenìt lo tippòl” (Mai più Masada cadrà). Quando arriviamo nella riserva naturale di Ein Gedi, la temperatura arriva a 55 gradi nel pomeriggio. È un’oasi di acqua fresca e dolce, con cascate naturali, intorno nella zona vivono animali selvatici come lo stambecco della Nubia. Verso sera decidiamo di cenare a Gerico ma prima ci fermiamo a fare il bagno nel Mar Morto. Lasciamo la macchina vicino al bordo della strada, troviamo un tramonto che mescola il cielo e l’acqua in un colore solo. Eravamo un piccolo gruppo di amici, in un puntino dell’universo che aspettava questo momento dal nostro primo giorno di vita. Davanti a noi le coste della Giordania, più in là le strade dell’Oriente. Tutto obbediva alle sue leggi, anche noi. Qui i beduini di Gerico insegnano ad ascoltare la voce del deserto come quella di un grande profeta. Tra il vento e la felpa, in silenzio, potevo sentire anche oltre. Un soldato che sparava al confine, un pastore al seguito delle sue pecore e per le vie di Gerusalemme le urla di festa per un Bar mitzvah; e se avessi avuto orecchie più fini, avrei anche sentito il dolore di una morte, il pianto di una nascita, il boato di un vulcano. Abissi di materia e sangue sparpagliati ovunque. Quello è il momento in cui si colmano le distanze. E’ un arcobaleno che raggiunge due estremità, tra ciò che osservi e ciò che vorresti esprimere. Nel deserto a parlare è il mondo intero.

Ho raggiunto il Medioriente come un conquistatore di me stesso ma ho viaggiato imparando ad ascoltare quello che le persone avevano da dirmi. Ho avuto il privilegio di entrare nei confini di popoli diversi: tra chi per secoli non ha avuto altro desiderio che possedere questa terra e a chi ora combatte per non perderla. Come uno spettatore ho provato a decifrare, a scomporre, a pensare senza condizionamenti. Ho provato anche a scrivere un racconto facendomi prestare le parole da chi mi ha donato la sua prospettiva.

Sono le loro storie che alla fine hanno scritto la mia.

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