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In tram verso il cammino di Santiago

A nord della Spagna c’è un itinerario che continua a essere attraversato a piedi da migliaia di persone ogni mese. E’ il Cammino di Santiago di Compostela, 800 Km dal comune francese di Saint Jean Pied de Port fino al santuario di Compostela presso cui ci sarebbe la tomba di Giacomo, apostolo di Gesù. E poi oltre verso l’oceano atlantico. Chi parte impiega circa un mese per portare a termine questa impresa. Eppure Domenica 14 Ottobre a Milano qualcuno è riuscito a farlo tutto, o quasi, in circa un’ora.

Merito del comune, grazie all’iniziativa “DomenicAspasso” e di ATM che ha proposto “I Tram delle sorprese”, due tram speciali con letture, giochi e laboratori per adulti e bambini che hanno circolato per il centro storico mostrando un modo diverso di viaggiare.

Ma sopratutto merito di Miriam Giovanzana, autrice del libro fotografico “Inconsueti Giorni” edizione Terre di Mezzo, presentato sullo storico Tram 1503, una vettura del 1929 completamente in legno, comodi cuscini rossi e un’elegante luce soffusa. Studenti, operai,pensionati, dottori o avvocati. Giovani o vecchi. Sul Cammino non importa chi sei. In quei giorni hai a disposizione solo le tue gambe e uno zaino con il minimo necessario. Riscoprire l’arte del camminare a piedi con altre persone accanto, uniti verso una meta, come un viandante in cerca di redenzione, in una società moderna che spesso si dimentica il suono del silenzio, il rumore dei passi sul terreno, il meditare e avere pazienza. Oltre 100 foto in bianco e nero, con cui l’autrice ha fatto camminare verso Santiago tutti i passeggeri, unendo le immagini con spunti di un diario personale, carico di emozioni, profondità e riconoscenza di chi ha scoperto il dono della gratuità, del saper ricevere mettendosi semplicemente in cammino.

 

Milano e la “carica di alleggerimento”

Le parole sono importanti. Lo diceva Michele interpretato da Nanni Moretti in Palombella Rossa, perché “chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste”. Ed è forse questo il problema di questo paese, non si pensa più. Sembra che la crisi in fondo non ci tocca, le notizie che si ascoltano sembrano di un altro stato, distanti, non nostre. Le proteste disperate degli operai nel Sulcis, i giovani senza lavoro, gli imprenditori sulla cupola del vaticano a urlare la disperazione, i molti casi di suicidi, tutto estraneo. Noi siamo in un altro pianeta, anzi siamo in fila ore per l’Iphone, distratti dalle primarie del PD e il camper di Renzi, dal servilismo riluttante di Vespa a Porta a Porta, passando dalle ostriche della Polverini alle fatture nascoste e tritate di Fiorito. L’Italia ha spento il cervello.

Oggi a Milano, come in molte città italiane, era il turno degli studenti. Era una manifestazione. Questione di parole, importanti: difesa della scuola pubblica, gratuita e accessibile a tutti indipendentemente dal reddito. La protesta doveva passare sotto al palazzo della Regione e salire alle orecchie del presidente Formigoni. Gli studenti chiedevano, per gli scandali sulla sanità che sono emersi negli ultimi anni, le sue dimissioni insieme con quelle della Minetti, incommentabile personaggio della nostra politica che negli ultimi giorni si era degnata del suo terzo intervento in Aula in circa due anni e mezzo da quando è consigliere regionale in Lombardia. Solo che a questo punto è intervenuta la polizia, che per motivi di “ordine pubblico” ha impedito al corteo di sfilare sotto il palazzo della Regione.

Ecco che le parole hanno un limite, la violenza. Solo che dipende da chi la commette. La polizia, raccontano le cronache, è intervenuta con una “carica di alleggerimento”. A chi era presente alla manifestazione, i conti non tornano. Da quando essere colpiti a manganellate è un’azione di alleggerimento? Perché se sono i manifestanti a protestare, lanciando uova e fumogeni, il ministro dell’istruzione Profumo parla di violenza inaccettabile e se invece, al contrario, è la polizia a intervenire picchiando gli studenti si parla di carica di alleggerimento? Non è violenza? Per chi sa ancora pensare liberamente basta vedere i filmati, viene da dire che il problema è anche la comunicazione. Il linguaggio è importante, le parole preziose. Le cose vanno chiamate con il loro nome.

Questa mattina i giovani erano in strada a lottare per difendere le poche speranze che sono rimaste in questo paese. Difendere la cultura e l’istruzione e il diritto di poterla avere ancora liberamente. Una generazione che cerca ancora un mondo più accettabile, con delle opportunità di futuro. Questi giovani sono stati picchiati. E si deve parlare di violenza della polizia non di carica di alleggerimento. Questione di parole da legittimare in una democrazia a rischio, in tensione, a un passo dal regime.

Al Rifugio la normalità si scopre valore

C’è un modo per farsi sentire anche restando in silenzio. Deve essere questo il pensiero di chi ha voluto lanciare un nuovo progetto Caritas a Milano per persone senza dimora. Inaugurato lo scorso dicembre poco prima di natale, il centro di accoglienza si trova sotto il tunnel della stazione Centrale e può ospitare fino a sessantaquattro persone ogni notte. E’ la filosofia del Rifugio che lo rende innovativo. Intendiamoci, questo non è un semplice dormitorio. Stanze da quattro persone, cambi biancheria come in un qualsiasi albergo, una lavanderia a disposizione, quattordici docce e quattordici bagni, servizio internet e televisione. L’accesso è regolato da due Centri di Ascolto Caritas: il SAM (servizio accoglienza milanese) e il SAI (servizio accoglienza immigrati). Questi due uffici, dopo una serie di colloqui individuali, concordano il soggiorno con le persone direttamente interessate, per un periodo limitato che può variare dai quindici giorni fino ai tre mesi.

E’ un “percorso condiviso”. Si aiutano le persone in questioni legali, rapporti con altri servizi pubblici di riferimento, ma soprattutto a ristabilire relazioni interpersonali. Perché quando si precipita nel vuoto, nella difficoltà economica e nella solitudine spesso si cade in una spirale. Wittgenstein scriveva che il mondo del felice è un altro mondo che quello dell’infelice. Probabilmente aveva ragione, ma in questo dualismo tra felicità e infelicità, tra l’ottimismo e il pessimismo, c’è una linea su cui si può camminare. E’ la solidarietà, quella di chi apre gli occhi al mondo e riconosce nell’altro la stessa quantità di cuore, di vita e di valore.

In questo punto della catena, così, tra la burocrazia e gli ospiti del Rifugio, entrano in gioco altre persone. Sono sette, due educatori e cinque custodi, che fanno parte della “Cooperativa sociale farsi prossimo”. Sono loro a gestire il servizio per conto di Caritas. Qual’è la loro idea per il Rifugio? Forse quella di Desio, il coordinatore: “La mia speranza è che le persone in questione, possano sperimentare una fase positiva della loro vita, condizioni abitative più stabili e dignitose e che, con la loro diretta partecipazione, creino condizioni sinergiche per modificare la loro vita”. Desio, ha occhi sinceri e in questo progetto si è rimesso in gioco. Ci crede. Ha un passato pieno. Vissuto per gli altri. Direttore di comunità per molti anni, affrontando il disagio psichico per l’Anfass di Milano, volontario in America latina con l’Operazione Mato Grosso e parte integrante di Emergency quasi sin dall’inizio della sua fondazione.

Infine, per capire dove e come si può collaborare in questa struttura, basta osservare il ruolo dei volontari. Sono circa quaranta, selezionati da Caritas. Frequentano il Rifugio la sera e fanno compagnia agli ospiti. Non sono i salvatori di nessuno, non sono dei professionisti, ma portano semplicemente loro stessi, la loro vicinanza e disponibilità. Tra una partita a scacchi, una conversazione, durante il servizio lavanderia. E’ così che passa un pò di luce, qui si chiama normalità. Tra di loro, Nino ogni lunedi è il parrucchiere del centro oppure Rosaria che essendo medico di base, fra una partita di ramino e l’altra, si presta per consuelenze e visite. Marzia, Chiara, Giusy e Gastone organizzano corsi di italiano per stranieri. Enrico, invece, è disponibile per accompagnare ai servizi del territorio gli ospiti.

La vita nel rifugio insegna. Nell’estremo rispetto reciproco convivono spesso quasi trenta nazionalità. Religioni, culture, lingue, colori della pelle diverse. Ma sempre uomini, uguali per dignità. “Lo sforzo maggiore è teso soprattutto a mantenere un ambiente sereno e amichevole. Cose semplici per creare un ambiente normale in modo da aiutare questi nostri amici e fratelli a rientrare in società –  conclude Desio – perché per quasi tutti loro questa normalità era scivolata via”.

Ci sono tanti silenzi in città. Tante storie diverse. Ai margini dei moralismi e delle opinioni, in un auto, in fila alla posta, ai bordi di un binario, soli. Bisogna solo avere il coraggio di ascoltare quel silenzio. Al Rifugio il cammino è ancora lungo, ma insieme ci stiamo provando.  L’ indifferenza si vince anche così.