muro

In Palestina la libertà è alta 8 metri

Marwan è un ragazzo di ventidue anni. E’ gentile, guarda per terra e cammina veloce fra cuniculi e vie strette che conosce a memoria. Ci siamo incontrati di mattina al mercato di Betlemme, per caso o per destino, poco importa. Si è offerto di aiutarmi a trovare un negozio di elettronica,  dove speravo di comprare un adattatore per spine europee. Il mercato è il classico movimento arabo: urla, voci, contrattazioni, botteghe disordinate, tappeti, seta, clacson, odore di menta nei marciapiedi.

Marwan a volte si allontanava, salutava in arabo qualcuno e poi chiedeva indicazioni per me. Abbiamo camminato insieme per circa quindici minuti. E’ stato piacevole. Suo padre a Betlemme fa il meccanico non poco distante da lì. Quando finalmente trovo il mio oggetto del desiderio provo a invitarlo a bere qualcosa, ad impedircelo è il suo sorriso pieno di scuse e la festa del ramadan. Nel salutarci gli chiedo cosa c’è da vedere oltre la chiesa della natività di Gesù. Dice in tono beffardo che una cosa indimenticabile è il muro della vergogna.

Il muro altro non è che la barriera israeliana di sicurezza in Cisgiordania, costruito a partire dal 2002. Lo scopo ufficiale è di impedire l’intrusione di terroristi palestinesi nel territorio di Israele per evitare attentati. In più, anche quello di scongiurare che i palestinesi sparino sulle automobili israeliane che viaggiano sulle principali autostrade dello stato. Ma di ufficiale, da questa parte di muro è rimasto solo quello, perché questa barriera di 700 Km, fatta di sistemi di allarme, porte elettroniche e postazioni di vedetta, ha impedito una vita dignitosa a tutta la maggioranza del paese, rendendolo ancora più povero e isolato. In tutto il suo tragitto il muro penetra spesso nei terriori della Cisgiordania non rispettando la Linea Verde, ovvero  la linea di confine decisa nell’armistizio tra Israele e Giordania negli anni 1949-1967. La Risoluzione dell’ONU del 1947 aveva assegnato il 45% della Palestina ai palestinesi, ma dal 1948 Israele ne occupava il 78%, lasciando ai palestinesi il 22% (Cisgiordania e Gaza). In alcuni punti per realizzare questo progetto, il governo israeliano ha confiscato terre a palestinesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. In un territorio ad elevato rischio di siccità, Israele oltre il controllo di elettricità e gas ha praticamente pieno possesso dei pozzi d’acqua e molti ora si trovano dalla parte opposta della barriera di sicurezza, creando continui disagi ai contadini e all’economia di tutta la Cisgiordania. E’ vero gli attentati sono diminuiti ma il prezzo da pagare per tutta la popolazione innocente è altissimo.

Marwan è una delle tante voci che protestano. E’ come vivere in una prigione a cielo aperto. Lui non è un terrorista, la sua famiglia e i suoi amici come la maggioranza del popolo arabo è ospitale. Il resto per me è politica, spesso incurante. L’individuo è così messo a tacere. Ho accettato il consiglio di Marwan. Ho preso un taxi e con i miei occhi ho visto buona parte del muro confinante la città di Betlemme. Forse, oltre la storia e la religione, è questo il vero “muro del pianto” di Israele. Soltanto che qui non ci viene più nessuno a piangere. Qui si paga in silenzio un danno incalcolabile.

A Betlemme, un tempo lontano, passavano magi d’oriente e buone notizie e nel cielo si fermavano comete.  Oggi, invece, se alzi lo sguardo al cielo, fa impressione guardare per primo blocchi di cemento e filo spinato. Ma questo muro però mi ha insegnato qualcosa. Anche nei muri più alti si formano crepe. Ammirando i disegni di Banksy, ho capito che la speranza della libertà non manca mai, neanche tra la gente in Palestina. Solo che loro per guardarla hanno bisogno di stare con il naso all’insù.

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