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Intervista ad Angelo Zinna, backpacker in viaggio per il mondo

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Affrontare la vita con le proprie forze, soli, senza paragonarsi a nessun modo di vivere. Fare del viaggio una piccola impresa personale. Abbandonarsi al mondo, offrirsi in una richiesta silenziosa e trovare allo stesso tempo ospitalità e opportunità. Angelo Zinna nel Gennaio 2010 ha raccolto le sue cose, ha lasciato quello che conosceva già e come si definisce lui ora è temporaneamente nomade. E’ arrivato in luoghi dove si osservano le stagioni e il cielo al contrario per comprendere che anche nelle cose più ovvie ci possono essere centinaia di interpretazioni differenti. Poco più di 23 anni, ha visitato Australia, Nuova Zelanda, Malesia, Thailandia, Vietnam e Cambogia. Ma il suo viaggio non ha ancora una data di ritorno e per il momento non ha ancora trovato un posto che considera casa.

World Map Upsidedown

Sembra un’interpretazione vivente di una frase che H.D. Thoreau scrisse più di 150 anni fa: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto”.

Il suo blog exploremore racconta la sua vita di backpacker fatta di incontri, fotografie e emozioni, tutte raccolte con preziose informazioni sui luoghi che ha visitato.

Angelo nella tua lista delle 100 cose da fare prima di morire cancelli ‘essermi licenziato’. In tempi come quelli attuali hai dimostrato coraggio e pazzia per inseguire la tua vita. E’ stato così?

Si e no, nel senso che è vero che mi sono licenziato senza pensarci due volte, ma è vero anche che il mio lavoro non era un granché, quindi non credo di aver perso niente di valore. Non ho mai avuto paura di rimanere senza lavoro, perché credo comunque che tirandosi su le maniche qualcosa si riesca sempre ad inventarsi. Forse oggi non è così semplice come in passato, ma rimane il fatto che si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Io avevo lavorato abbastanza da poter partire, così sono partito.

Cosa ti ha spinto ad abbandonare tutto?

La curiosità credo. Ero annoiato, avevo bisogno di stimoli. Trasferirmi in un luogo completamente nuovo era un modo per darmi una scossa, per sfidare me stesso. Questa credo sia stata l’unica motivazione, capire i miei limiti e vedere dove sarei arrivato contando solo su me stesso.

Cosa hanno pensato i tuoi amici e la tua famiglia?

Quasi tutti mi hanno supportato nella mia scelta. Credo di essere una persona abbastanza responsabile e chi mi conosce sa che non è una scelta fatta a caso. Si sono fidati e tutto è andato bene.

Cosa hai imparato dai tuoi viaggi?

Ho imparato che il tempo che abbiamo a disposizione è poco, e andrebbe sempre sfruttato a pieno. Ho imparato a cavarmela da solo, a gestire la solitudine, ma anche ad essere aperto ad ogni nuova conoscenza. Sono diventato una persona più paziente, e credo che oggi guardo molte cose con occhi diversi.

Dove sei e dove vorresti essere?

Mi trovo a Wellington in Nuova Zelanda, da oltre un anno. Sono dove vorrei essere, ma sto per andarmene per vedere se trovo un posto migliore. A inizio anno partirò per l’Asia, al momento sto mettendo i soldi da parte per stare via diversi mesi.

Hai anche scritto un libro, puoi parlarmene e dirmi perchè andrebbe comprato?

Il mio libro, Working Holiday Australia – Vivi, lavora e viaggia nella terra dei canguri, è una guida pratica al working holiday in Australia, ossia l’esperienza di vacanza e lavoro concessa agli italiani dal governo australiano. È una raccolta di informazioni su come preparare il viaggio, ottenere tutti i documenti necessari a partire e lavorare, dormire a costo zero, come trovare lavoro e dove cercare, come acquistare un mezzo e come rivenderlo, ecc. Ho scritto questa guida perché tra le tante in vendita in Italia ne manca una su questo tipo di esperienza, sull’anno sabbatico in Australia, e queste informazioni avrebbero reso la mia vita molto più facile se le avessi avute in mano al momento della partenza.

Cosa avresti perso se fossi rimasto a casa?

L’unica cosa che avrei perso sono tutte le persone che ho conosciuto in questi anni in viaggio. Per i luoghi basta prendere un aereo e ci si può tornare, ma con le persone non si ha una seconda possibilità.

Tutte le foto sono prese dal profilo flickr di angelo.

Ecco RayLen: sulle strade della North Carolina

Un viaggio ben fatto ha il grande vantaggio di allargare l’estensione della nostra anima. Le cose migliori si raccolgono dalle impressioni che percepiamo: odori, gusti, immagini, sguardi. Da qui possono nascere una cultura e un amore per la vita che nessuna nozione ci può comunicare, ed è figlia di quante volte siamo riusciti a dire grazie al mondo in cui viviamo, alla gente che ci ha ospitato, a un popolo che ci ha spalancato i suoi confini.

Joe e Joyce Neely sono stati ispirati da un viaggio in Italia per trasmettere la passione del vino nella loro terra e realizzare l’ambizioso progetto di RayLen, oggi apprezzata azienda vinicola in North Carolina, uno dei tredici stati originari degli Stati Uniti d’America. Siamo a Mocksville, un piccolo paese immerso nel verde della contea di Davie e questo è stato un sogno difficile da realizzare visto che nella Yadkin Valley nel 2001 c’erano soltanto altre quattro cantine vinicole. E’ stato come piantare simbolicamente una cultura diversa e lontana assieme al loro vigneto. Ora, però, a poco più di dieci anni dal loro primo vino prodotto è un sogno realizzato. Basti pensare che nella stessa terra attualmente ci sono più di venti cantine, per un totale di 70 nel North Carolina. Scoprire la loro produzione è stato contemporaneamente esaltare la loro dedizione a questa terra, amando il gusto e la gioia della compagnia che ci hanno offerto.

Se siete in viaggio, sulle strade americane, RayLen è un ottimo posto da visitare. Lo scorso Agosto per noi è stata una sorpresa inaspettata e per questo ancora più gradita tra le innumerevoli deviazioni del nostro viaggio per la East Coast. Eravamo sperduti in sconfinati ettari di vigneti e piantagioni di tabacco e su di noi i raggi del sole si riflettevano negl’occhi come specchi. RayLen è una meta insolita, lontana da tutto ciò che è convenzione, ma allo stesso tempo vicina come la felicità di incontrare persone del posto, lasciandoci coinvolgere nella loro attività. Un modo come un altro per dire grazie.

Nella sala di degustazione ci ha servito John Marshall – Tasting Room Manager – che ci ha raccontato la storia della cantina ogni volta che ci presentava un vino diverso. Il mio preferito è stato un rosso, il Cabernet Sauvignon del 2010, una bottiglia è tornata con me in Italia. Ma Raylen non è solo questo, ci sono eventi, partecipazioni a fiere e concorsi del settore, incontri e manifestazioni che girano intorno alle quattro stagioni dell’anno, tra il mutamento di colori e profumi, in una danza perenne. Occorre solo dare un’occhiata al sito http://www.raylenvineyards.com per scoprire tutto questo ed essere aggiornati su tutte le novità.

Siamo ripartiti con la consapevolezza che il mondo è pieno di gente fantastica e che sogni, passione e voglia di fare sono state sparse sul mondo da una divinità ricca di fantasia e creatività. Qualcosa da trapiantare anche qui in Italia. Con la speranza di ripassare a RayLen, alzando di nuovo un calice di vino insieme ai nostri amici americani.

La Giordania in sette giorni

Un tocco di clessidra. Sabbia rossa che comincia a cadere. E’ un attimo, un movimento, una spinta alle spalle di una mano invisibile. La nostra vita si capovolge per sette giorni. Davanti a noi l’occasione di visitare un paese che rimane sospeso sulla soglia del tempo, tra il passato e il suo grande futuro. Una terra di confine, di frontiera e di storia.

Questo è un viaggio in Giordania, scritto con parole che sembravano già nostre ma ritrovate andando oltre, abbandonando i nostri saperi e recitate come una preghiera senza voce.Sotto i nostri piedi si fondono le nostre impronte con le ricchezze di mille generazioni mentre davanti ai nostri occhi lo spettacolo dei variegati lineamenti della gente, incroci di eterne civiltà. In molti hanno danzato con lei, popoli, regni, pellegrini, viandanti e profeti. Ognuno ha amato questa terra a modo suo, prendendo ciò che essa offriva come un dono.Questa fu terra di passaggio e di commerci ma anche di conquista per Assiri ed Egiziani, vide l’origine degli Ammoniti e il formarsi del regno di Edom e poi di Moab. Divenne estrema provincia d’oriente per l’impero di Roma arrivando a essere luogo strategico per gli ottomani. Intere potenze che hanno lasciato segni visibili delle loro gesta. Siamo in una regione del mondo tra gloria e immortalità. Mi basta chiudere gli occhi per capire che ci sono già passato, la storia della Giordania è la storia dell’umanità. E’ storia che si ascolta cantare al di la delle spiegazioni, passa tra le vene e le nostre vecchie identità. Io sono stato un commerciante persiano sulla via della seta o uno yemenita trafficante di spezie alle porte delle città. Ero un guardiano di tombe, un profano, una spia. Ho amato il lusso tra le vie e i palazzi delle sue innumerevoli capitali: Qir-Moab, Rab Amoon, Petra. Ho acceso incenso per le divinità scambiandolo dai Nabatei e ho ascoltato con piacere i saggi beduini parlarmi di astronomia tra i deserti del sud. Ho conosciuto chi ha venduto la sua primogenitura per una minestra. Ho imparato la cultura dei greci, strizzando l’occhio ai potenti. Ho visto intere carovane che hanno utilizzato le sue strade, bevuto la sua acqua, sfidato destini e incrociato le armi. Ho ammirato la fatica degli artisti, uomini abili nel lavorare la pietra che hanno costruito archi, monumenti e templi per l’aldilà o solo per qualche denaro. Mi sono inginocchiato al passaggio dei più grandi imperatori. Ho preso tutto quello che mi piaceva e ho rispettato la pazienza dell’afflitto. Nel cielo di questi luoghi ci sono frammenti di tramonti del passato un po’ ovunque, basta saperli cercare.Oggi, nel presente, il Regno Hascemita di Giordania è una realtà del Medio Oriente, forte e generosa come la sua gente. Qui ci sono donne e uomini aperti alla vita e coraggiosi, temprati dal sole. La loro ospitalità cattura, avvolge e disarma, mi fa sentire molto più vicino di quanto posso pensare. E’ un colpo di frusta alle convinzioni, cadono come frutti maturi scossi dal vento. Ho dovuto imparare a cambiare, abbandonare ogni tipo di pregiudizio e accettare quello che ho visto. Da nord fino a Sud, dalla caotica Amman fino ad Aqaba sul mar Rosso, se sei un uomo di pace sei sempre il benvenuto. Qui la storia vera si racconta per i mercati e per le piazze davanti a qualche caffè. Qui i vecchi possono fermarti per raccontarti di aver visto l’altra riva del Giordano e di aver camminato per la Palestina da uomini liberi verso Gerusalemme. Questo viaggio è stato una cavalcata di impressioni positive che aumentavano, stregati dai segreti di questi territori. La cultura araba e la sua architettura, le spezie e i sapori del cibo, i sorrisi che incrociavi tra i bottegai, la frutta dai mille odori. Ovunque fermarsi per un caffè turco o per fumare un Narghilè sotto una tenda, diventava relax. Ogni cosa sembrava messa davanti a noi come un invito a cui dovevamo partecipare, lasciarci andare e confonderci in questo nuovo popolo. È bellezza morbida, avvolgente come seta, si spande, nasce da sé tra l’intelligenza dell’uomo e la sapienza di Dio

Primo giorno: l’arrivo

Quando ho sceso gli scalini dell’aereo, era evidente lo scarto tra quello che mi aspettavo, la mia immaginazione e la realtà che avrei dovuto affrontare. Ad attenderci Ibrahim, sarà la nostra guida per tutta la settimana. Ci dice di cambiare ritmo, di non pensare, di dimenticare per un attimo cosa siamo. Ci invita a entrare in Giordania. In hotel, dall’ottavo piano della mia camera guardo Amman da un’immensa vetrata. Le prime luci della sera che si accendono, il traffico, i grattaceli di nuova costruzione, i rumori della città. Ascolto per un attimo.

A cena, con nostra sorpresa, siamo ospiti al tavolo dell’ambasciatore italiano Francesco Fransoni, in un ristorante libanese dell’hotel. Discutiamo con lui tutta la sera, ci chiede del nostro viaggio, accanto a lui altri diplomatici italiani. Siamo a nostro agio, ci parlano delle loro vite e condividiamo le nostre.

Il motivo che ci ha unito quella sera è la Giordania. Quando ci raccontano dei suoi luoghi più famosi, cresce in noi l’attesa di poterli vedere con i nostri occhi.

 Secondo giorno: la città di Amman

Al risveglio andiamo a conoscere le vie della capitale. Appoggiata su quattordici colli, città dai mille profili, oggi conta tre milioni di abitanti. Ogni volta è rinata con nomi nuovi, come una sorgente. La puoi chiamare Rabbath-Ammon, Philadelphia o di nuovo Amman. Assediata dal Re israeliano Davide o provincia dell’impero romano, questa città è amica del tempo. Ogni cosa ritorna al suo posto, lei resta. Ad Amman visiteremo la Cittadella un preziosissimo sito archeologico.

Da qui, vicino il tempio di Ercole, a quasi 1000 metri di altezza, la vista è eccezionale. Sotto di noi ecco la “città bianca” e la sua parte orientale, con i resti romani e l’imponente anfiteatro scavato nella collina. Nel pomeriggio partiamo in direzione Jerash, 50 km a nord di Amman verso i confini della Siria. Chiamata la Pompei d’Oriente, Jerash è quasi un luogo di culto. Incastonata tra due templi, tra Zeus e Artemide. È città romana per eccellenza ma bisogna camminarci davvero per capire la sensazione di vedere, nella via colonnata del cardo massimo, i segni lasciati dai carri nella pavimentazione in pietra.

Ho quasi paura di voltarmi e vederne uno arrivare con l’imperatore Adriano alla sua testa. Chi dice che il passato è passato spesso ne dimentica la magia.

Terzo giorno: la valle del Giordano

Siamo di nuovo in viaggio, questa volta verso il sud. Ci spostiamo e insieme si sposta il mondo, le sue prospettive, nuove vie si aprono al nostro passaggio. Seguiamo le tracce del popolo di Israele e del suo pellegrinare, siamo al monte Nebo. I miei occhi incrociano la stessa immagine che si presentò a Mosè. Vediamo tutta la valle del Giordano, prima di sfociare nel Mar Morto. Raggi di sole bucano le nuvole e come in una visione illuminano la città di Gerico in Palestina.

Ho di fronte la terra promessa, il sogno di tutta una vita. Mosè non vi entrò esattamente come il popolo giordano di oggi, perfetto scherzo del destino. Dopo aver visto la città di Madaba e i mosaici della chiesa di San Giorgio, percorriamo il Giordano e visitiamo il sito battesimale di Betania. Per farlo attraversiamo una base militare giordana, siamo nel centro della linea, dentro la storia e ci siamo in equilibrio precario, tra tensione e pace.

Un unico fiume, la stessa paura ma scritta in due lingue diverse.

Quarto giorno: il Mar Morto

Con il mar Morto, salutiamo un posto dai tramonti che colorano tutte le sue acque. Acque in cui si specchiano due nazioni cosi diverse. Salutiamo il lusso, le comodità e il relax del Movenpick Hotel. Nelle sue fantastiche piscine che davano direttamente sul mare, mi sono ricordato che solo sette mesi prima ero sulla costa opposta in Israele.

Partiamo verso Petra, passando prima per Kerak imponente roccaforte crociata costruita nel 1142. Siamo su una strada vecchia di 5000 anni, baricentro di antiche civiltà. Chiamata nella Bibbia la strada maestra, è nota come la strada dei Re. Passa odore di assenzio dal finestrino. Due bambine ai bordi della strada richiamano la nostra attenzione, sono bellissime e senza scarpe. Ci vendono la camomilla per pochi dinari giordani.

Spingiamo l’acceleratore del tempo, attraversiamo la riserva di Dana e le sue sconfinate vette. Qui il vento taglia il silenzio, è musica di un flauto invisibile. Siamo a Petra prima di sera.

Quinto giorno: Petra e il monastero

Neanche Lawrence d’Arabia fu capace di descrivere quello che, secondo lui, era il luogo più bello sulla terra. Ed io gli credo. Se non ci si è passati, Petra è il luogo in cui lo scarto tra il dicibile e l’emozione rimane incolmabile. Tra rocce disegnate dal vento, qui c’è il massimo della creatività della natura. Dal rosso al nero passando per strisce verdi e azzurre, queste rocce hanno accolto la misteriosa popolazione dei nabatei, che sulla via del commercio dell’incenso hanno eretto Petra loro capitale. Camminiamo lungo il Siq, la strada principale scolpita tra un canyon lungo quasi due chilometri, sulle rocce si osservano ancora le imponenti canalizzazioni per il passaggio dell’acqua. Improvvisamente la gola si apre e appare El Khasneh, il tesoro.

E’ il luogo più famoso, interamente intagliato nella roccia rossa, questo monumento sorpassa qualsiasi parola. Faccio fatica a catturarlo nelle foto, mi mancano le forze dal sentimento che provo, ma vado avanti. Ibrahim ci spiega che c’è un altro edificio simile in vetta ai monti chiamato il Monastero, bisogna salire per più di un’ora a piedi, la prendo come una chiamata alla vita e la affronto. Imposto il mio ritmo, mi concentro solo sulle mie gambe, quasi contassi tutti i passi. Salgo gli 812 gradini incisi nella montagna come una rivincita per tutte le volte in cui la vita mi ha fermato, mi ha detto di no, mi ha sconfitto. Salgo per tutte le volte che ho dovuto imparare a conoscere l’attesa, la pazienza della noia, la solitudine. Ora non mi importa più di nulla, è come sentire la vita al primo giorno. Al mio fianco urla di commercianti beduini, donne e gli zoccoli degli asinelli che trasportano i turisti. Io continuo a salire.

Quando dopo qualche scalino in discesa sulla destra mi appare la vista del monastero, mi nasce un sorriso che trasforma la fatica in una redenzione. Tutto diventa gratitudine, di esserci, di respirare, di poter far parte del mondo. Mi sembra di leggere in quelle pietre le parole di un Creatore simili a quelle del profeta Isaia: “Io non ti dimenticherò mai dice il Signore, ho disegnato sulle palme delle mie mani la tua immagine”. Sono nella valle chiamata del sacrificio a 1500m. di altitudine, il mio sguardo domina l’inizio del deserto.

E’ una felicità scolpita nella mente. Diventa eterna, come la storia di Petra.

Sesto giorno: le vecchie rotaie


Con ancora nello spirito le imprese del giorno precedente, arriviamo al Mar Rosso, precisamente ad Aqaba ennesimo luogo di confine. In un solo golfo nell’arco di 22 km si affacciano sul mare quattro nazioni: Giordania, Israele, Egitto e Arabia Saudita. Il mare è stupendo, calmo e invitante, accanto a noi sventola un’alta bandiera giordana. La città è in divenire, pronta per viverla.

Dopo pranzo visitiamo il porto e il suo mercato, camminiamo tra odore di Falafel, pesce e incenso. Un negoziante ci invita per una tazza di thè alla menta. Il tempo di acquistare qualcosa e procediamo. Risalendo le vecchie rotaie del treno che trasporta fosfato fino al porto, giungiamo nel deserto delle meraviglie il Wadi Rum. Passiamo la notte sotto le tende di un campo beduino, sono nere intessute con peli di capra. Il cielo mostra tutte le sue costellazioni quasi fosse un libro colmo d’imprese senza età.

 

Settimo giorno: il deserto del Wadi Rum


La mattina presto non vogliamo perdere nemmeno un istante. Un beduino e la sua jeep scoperta saranno il nostro mezzo per sfidare l’altro mare. Ci inoltriamo per più di tre ore in quello spazio senza regole, tra montagne sassose e graffiti nabatei. La sabbia cambia colore a ogni nostro spostamento si espande superando i nostri occhi quasi franasse direttamente nel nostro cuore, sono lingue rosse che s’intrecciano. Siamo nel silenzio selvaggio, non esistono gerarchie.

Ho capito che il deserto è un’opinione. I beduini chiamano deserto le nostre metropoli, le nostre città, dove ci sentiamo soli e sconosciuti anche tra milioni. Il deserto è la loro vita, la loro libertà, il loro Dio da venerare e omaggiare. Non ci rinuncerebbero mai. Per noi invece la clessidra sta girando di nuovo, la sabbia scorrerà al contrario, dobbiamo partire lontano, dicono verso casa.  Ammesso che la Giordania altro non sia che un’altra grande stanza della nostra vera casa, quella della nostra vita.

Fonte:http://www.tgcom24.mediaset.it/progetto/visitJordan/articolispeciali/202/la-giordania-vista-dagli-occhi-di-samuele-bariani.shtml